Il pianto di una donna. Capitolo 12

La piccola di casa iniziava a crescere ogni giorno di più, parlava già da grande. La nostra piccola riccioli d’oro, tanto bella quanto dolce. Amava i puzzle, le costruzioni e tutti quei giochi che stimolavano la sua intelligenza, altrimenti non li considerava. Oggi ha 10 anni, quest’anno frequenterà l’ultimo anno dell’elementari, e ha un Q.I sopra la media, confidiamo il lei negli studi, considerando il fatto che io e R. non siamo mai state così tanto brave a scuola.
R. prese un volo e andò via, andò in Sardegna e lì ci rimase per alcuni anni. Scappò. Lei scappò, e oggi posso capire, ma in parte sono ancora un po’ provata per quel gesto. Diciamo che nel periodo più duro non esser stata al mio fianco mi ha un po’ segnata, ci sono meccanismi che vorremo non s’interrompessero mai, e lei, noi, era uno di questi. Sarebbe dovuta star con me e stringere i denti, e invece ha pensato a sé, ancora oggi ogni tanto lo fa.
Mi sono ritrovata sola, senza lavoro e con la pensione d’invalidità, ma non era una questione di soldi,più che altro cercavo un modo per tenermi impegnata. Amici, serate, mia mamma finalmente a casa, ma avevo tanti problemi fisici che non sapevo cosa sarebbe stato di me. Mi sentivo in bilico tra la vita e la morte, perché dentro di me non volevo stare al mondo, non lo volevo più da qualche mese ormai. La mia vita girava tutto attorno ad appuntamenti ospedalieri, continuamente. C’era una visita per ogni parte del mio corpo, quasi ogni giorno. Dal dentista, all’oculista, al cardiologo, al ginecologo, ecc… La mia vita non poteva prendere una piega diversa se prima non monitoravo l’agenda ospedaliera. Ma che altro posso dire? Sono stati mesi duri quelli, più degli anni precedenti, perché avevo la consapevolezza di ciò che stato vivendo e non ero in possesso di forze per poter affrontare, anche una semplice febbre mi mandava in depressione.
Dentro di me tutto è cambiato quando ho conosciuto Elena. Una donna di più 40 anni che ha passato gran parte della sua vita a curarsi tra sarcoma e leucemia. Storia toccante la sua, e ancora oggi faccio fatica a parlarne. Ci siamo conosciute mentre io ero ricoverata nei bunker, lei faceva cure molto più pesanti delle mie, glielo leggevo in volto: viso pallido, quasi giallo-verde il suo colorito. Bella donna, magra e abitudinaria. Si svegliava al mattino e faceva movimento sano per il suo corpo, penso fosse yoga. Poi si lavava la faccia e si truccava, adorava truccarsi, si sentiva bella e sana. Non trovavano un donatore con una percentuale di compatibilità abbastanza alta che potesse darle una sola speranza di vita, neanche nella sua famiglia.
Quando m’interruppero le cure, andavo spesso a trovarla, piangeva dai dolori, fisici e mentali, non aveva più voglia di vivere. Nel suo pianto c’era un cocktail di emozioni tutte insieme. La rabbia di non aver vissuto una vita normale, amori non corrisposti, al lavoro non parliamone, perché una malata di leucemia dai colleghi è considerata esagerata, beata ignoranza!
Dopo mesi e mesi trovarono un donatore in Spagna da cordone ombelicale, ma lei non voleva più fare niente che potesse tenerla in vita, ormai pesava 40 chili, si e no, e la testa non le diceva di potercela fare. Fece il trapianto, piangendo. Trascorsi i 2 mesi andai a trovarla in ospedale, non la riconoscevo più: il suo corpo era ricoperto letteralmente da lividi, sorretta da 2 infermieri negli spostamenti, ho in mente il suo sguardo che si incrociò con il mio per qualche secondo, io sul ciglio della porta che la cercavo tra i lettini, e lei che mi passò affianco, scortata per andare in bagno. Mi ha segnata. Mi ha parlato in due secondi con quegli occhi grandi, e il suo pensiero mi arrivò come se avesse parlato. Smisi di andare a trovarla e forse sbagliai, ma quello sguardo mi fa piangere anche oggi.
Un mese dopo aprì il giornale e la trovai tra i necrologi: aveva smesso di star male, finalmente!
Era una donna forte ed intelligente. Aveva già programmato di dar fine a tutto quel dolore, perché scoprì da sua madre che, qualche giorno dopo la sua morte, l’aspettavano in Svizzera: prese un appuntamento per dire basta, e pensare che neanche lì sia riuscita a decidere per le sue azioni è da far accapponare la pelle, perché la vita ha pensato di decidere nuovamente per il suo destino, togliendo lei la vita, soffrendo.

Consapevolezza step 2. Capitolo 8

I primi sei mesi di terapia trascorsero molto velocemente, su e giù per la Sardegna, avanti e indietro per l’ospedale, serate in discoteca con mia sorella, tutte le feste erano le nostre. Ahh, mi sono divertita come se non ci fosse un domani! Anche perché  ho iniziato a frequentare la vita notturna proprio durante la malattia, quindi immaginatevi mia madre, povera. Sempre sveglia ad aspettarci, sperando non succedesse niente ad ogni uscita che facevo e ad ogni ambulanza che sentiva. Gran bella donna la mia mamma, bella dentro. Abbiamo instaurato un rapporto di simbiosi in quegli anni, un traguardo importante per noi.

Mi sono scordata di dirvi che durante il colloquio con il primario mi era stato detto che avrei perso i capelli, ma io testarda come il mulo, mi girai da mia madre e le dissi che non era il mio caso, immaginatevi la faccia di mia madre ora: si leggeva nei suoi occhi tenerezza per ciò che avevo appena detto. Indovinate? Non persi i capelli! Erano radi ma li avevo tutti o quasi tutti, questo per dire cosa può fare una mente positiva, almeno, a me piace pensare che è stata tutta opera della mia positività. Finiti i 6 cicli, pari a 6 mesi di terapia, feci tutti gli esami che potessero dare il punto della situazione, e ahimè, la massa si, era diminuita, ma di molto poco, forse 3 cm, non ricordo esattamente, forse 5. La PET captò addirittura dell’attività elevata, quindi il signorino continuava ad andare avanti, voleva crescere lo stronzo. Lì mi abbattei parecchio, ricordo di aver avuto la seconda fase di consapevolezza e in attesa della nuova terapia scesi in Sardegna, a settembre, per quasi un mese. Ho fatto tanto mare in quel mesetto, relax prima di ritornare a Piacenza Hospital, perché a parte per le mie sorelle e per mia madre, sapevo di esser lì solo per le cure, purtroppo non potevo fare affidamento ad altri ospedali, ma portavo sempre con me il resoconto della dottoressa, non si sa mai che succedesse qualcosa.

Step 2. I dottori si erano espressi, preparazione all’auto-trapianto, ossia 2 mesi di cure in ospedale, ricoverata per 4 giorni al mese ( odiavo stare fuori casa quando stavo male ) diminuire al massimo la massa tumorale, e poi stimolare l’ultimo mese i globuli bianchi in modo tale da poter fare la raccolta delle mie cellule staminali, per poi passare alla fase più antipatica: l’autotrapianto. Ora rido e scherzo, per fortuna, ma la mattina del ricovero del mio prima giorno di degenza ho avuto la mia prima vera crisi di pianto, avevo davvero paura, avevo la testa un po’ provata e non trovavo la forza in me, mi aveva abbandonata a causa del mio brutto umore e del mio pessimismo. Quella mattina mi accompagnarono mia mamma e mia madrina, meno male c’erano loro. Mi hanno coccolata e cullata rubandomi qualche sorriso. Primo giorno di terapia: collasso totale, non ricordo nulla di nulla, penso di aver dormito tutto il giorno, e la notte vomitai per la prima volta in tutti quei mesi, meno male non ho mai avuto paura di vomitare, infatti, mi alzai dal letto alle 3 del mattino, andai in bagno e vomitai, si accorse l’infermiera che mi ero alzata, altrimenti sarei andata a letto nuovamente. Vomitare terapie non è uguale a vomitare normalmente come quando si  ha un virus o per qualcosa che è rimasto sullo stomaco, non lascia acido in bocca e non brucia, l’ho definito vomito chimico, punto. Furono tre mesi pesantucci, soprattutto dal punto di vista emotivo, avevo davvero tanta paura, di giorno dormivo sempre, e la notte avevo la testa piena di ansie e pensieri, poi stare fuori casa e non nel mio letto per me è stato davvero distruttivo. Dopo 10 giorni persi completamente i capelli, levai ciocca per ciocca con le mani senza sentire alcun dolore, ormai i bulbi erano morti, potevo solo sperare di avere una ricrescita totalmente bionda. Via di bandane e cappellini. Non ne volevo sentir parlare di parrucca. Uscii molto poco, ero molto provata, poca fame, molta nausea, poche forze, non vedevo neppure molto bene, penso fosse colpa del cortisone dato in quantità industriali che mi davano. Mangiavo tutto molto aspro, salato e acido per farmi passare la nausea, odiavo il plasil, mi rincoglioniva! Lo presi una volta, poi mai più. L’effetto era questo: abbassamento di pressione, sonnolenza da dormire tutto il pomeriggio e svegliarmi la sera debole e rincoglionita. Lo abolirei come farmaco, lo trovo davvero poco farmaco e tanto “droga”.

Tre mesi conclusi, tre lunghi duri mesi conclusi. A dicembre feci la raccolta delle cellule staminali, che consisteva nel far uscire il mio sangue attraverso un tubo, collegato al mio catetere endovenoso,  per poi entrare in una centrifuga, che divideva le staminali e reinseriva il mio sangue. Sarà durato 3-4 ore. Sdraiata in un lettino a non fare niente con dolori alle ossa a causa delle punture fatte precedentemente per stimolare la riproduzione di bianchi, perché senza quelli non potevo neanche raccogliere.                 Ah, c’era anche mio padre, è stato difficile averlo lì, ormai eravamo io e mia madre, non volevo nessun’altro, ma che potevo farci? Era il periodo in cui si accorgeva di avere una figlia, la primogenita, malata di tumore, e con poche speranze di vita, e a me andava bene tutto piuttosto di avere serenità.

Neanche oggi sa cos’ha avuto la figlia. Sa che è stata malata, di un tumore, che ha passato mesi difficili, ma quando mia madre ha chiesto il suo aiuto economico, per farmi svagare un po’ ecco, perché mia madre cercava di non farmi mancare nulla, la sua risposta è stata che non sarebbe andato a rubare per nessuno, tanto meno per lei.

Da qui, per me si è rotto ogni meccanismo, era diventato solo un estraneo. Ma come? Tua figlia non sai se sopravvive il giorno dopo, ma tu non vai a rubare per dare una mano a chi l’assiste?

Ed ecco che ci ritorniamo, il problema è mia madre per lui, peccato caro papà, io e la mamma ce la siamo cavate anche senza il tuo aiuto.

 

 

La causa. Capitolo 7

Vi ricordate quando vi ho detto che ho abitato senza mia madre per alcuni anni? In quel periodo ho vissuto con mio padre, perché ancora un padre era presente, per quel che riusciva. Poi le cose sono cambiate senza che me ne potessi accorgere. Nel periodo in cui vivevo con lui, lui era sposato con una donna da qualche mese, quindi diciamo che non ero proprio la ben accetta in casa, però abbiamo fatto tutto il possibile per andare d’accordo. Ad un certo punto della mia adolescenza il mio rapporto con lui si raffreddò e sinceramente non so dirvi perché, a volte mi diceva che assomigliavo a mia madre, e forse, potrebbe essere questa la causa: ricordargli mia madre, evidentemente, faceva riaffiorare in lui l’aver buttato all’aria una famiglia creata insieme a lei e forse oggi se lui non avesse fatto alcuni errori,saremmo tutti insieme ed io le ricorderei mia madre con amore. Questa è l’idea che mi sono fatta.

Il rapporto con mia sorella invece non si è mai interrotto; penso che lei lo faccia solo per sè, c’è chi si abitua ad un’assenza e chi invece farebbe di tutto per non vedere. La mia non è una critica, ognuno è fatto a proprio modo, anche perché ciò che è successo con me, con lei non è accaduto, e gli auguro che non succeda mai! Troppo debole per poter accettare un’assenza così grande. Molte persone che mi circondano sono convinte che io porti rancore, ma quello che sento è molto diverso, credo sia più che altro esserci abituati a non vedere e sentire più una persona. Normalità!

Quando partì a Piacenza, il nostro rapporto faceva finta di esserci, ma non era più così, tanto che, non gli ho detto io che ero malata, e neanche mia madre. Penso sia stata mia sorella o qualcuno della famiglia di mia madre. Non ho mai chiesto, pensa che interesse.

Devo ammettere di avere il mio caratterino, io non dico di essere la donna perfetta, però, se oggi sono così lo devo a me stessa e al mio carattere. Però una cosa me la sono sempre chiesta: cosa può davvero fare una figlia per non rivolgersi la parola con un padre, a parte ricordare la madre? Possiamo fare una lunga lista di ipotesi, surreali anche, ma non so se troveremo mai una risposta, perché la risposta non c’è. Ho provato anche a fare il ragionamento che diceva mia madre: dove non arrivano i genitori, devono arrivarci i figli. Fatto! Non è cambiato nulla, anzi siamo arrivati a più di un anno senza parlarci, e a me, oggi, va benissimo così.

Con questo per collegarmi al vecchio capitolo “no stress”, perché un anno prima di scoprire di essere malata ho avuto un grossissimo malumore da parte sua, ho pianto da star male sul posto di lavoro, ho pianto così tanto da sentirmi dire dalla mia titolare di tornare a casa e di chiamarla se non stavo bene. Per la prima vera volta mio padre decise di offendermi, di darmi dell’ingrata, mi disse di andarmene di casa e di lasciagli e chiavi nella cassetta postale, certe parole non si scordano! Ho sofferto tanto, come poche volte nella mia vita. Ho dormito da un’amica per quasi un anno senza dire nulla alla mia famiglia, e si rese conto REALMENTE della mia assenza dopo che andai a Piacenza, e ci riparlammo, ma poi si ricominciava, senza un ovvio motivo e tutto finiva di nuovo, ma questo è solo l’inizio.

Ho chiesto alla mia dottoressa se un forte malumore possa far ammalare il corpo, e lei mi rispose ” certamente”. Lì ho preso la mia scelta di non dirgli nulla, ma di aspettare che qualcuno glielo dicesse, così da accorgersi che non era più importante per me, perché la malattia l’associo solo a lui.

Lui, per me, è la causa.

No stress. Capitolo 6

Se ci pensate siamo venuti al mondo senza che lo potessimo decidere e allora perché lasciare che la vita stessa decida ancora, per la seconda volta, il nostro presente, le nostre giornate, il nostro lavoro, i nostri amici, i nostri amori? Probabilmente io vorrei un mondo fatto su misura per me, me ne accorgo, e capisco che vivere alla giornata non è mai piacevole per chi si ha attorno, principalmente perché manca l’organizzazione e la stabilità, però che brutto vivere di lavoro non gratificante, giornate buttate chiuse lì mentre si vorrebbe spiegare le ali e volare, volare in giro per il mondo, assaggiare cibi diversi e ammirare posti differenti ogni volta che lo si vuole. Io vorrei vivere così, vorrei sempre viaggiare, viaggiare per acculturarmi e per gratificare le giornate buttate dentro quattro mura. Non sapremo neanche se la pensione la vedremo mai, ma per lo stato dovremmo lavorare 8 ore al giorno almeno, e quante cose ci si perde in questo modo? la famiglia non si riesce a vedere, gli sport neanche quelli si fanno in maniera serena ma sempre con l’ansia di dover poi correre a far dell’altro perché la giornata è quasi conclusa. Sfogo a parte, morali pure, ritorniamo a capire la mia storia, quella che mi ha fatto essere oggi, una persona diversa, a volte anche priva di emozioni.

Dovete sapere che prima di iniziare le terapie, in teoria si utilizza una cannula lunga tanto da farla partire dal collo fino alla vena centrale, non so se è chiara l’idea: la vena è all’interno del corpo ovviamente! Si utilizza questo metodo per due motivi: uno per agevolare ovviamente il paziente e l’infermiera ad ogni buco da fare e due perché le vene, come si direbbe in gergo, si brucerebbero e questo sarebbe d’intralcio ad ogni infusione o prelievo, in sintesi? Se la vena è bruciata la vena non si trova. Per me la storia, ovviamente, è stata diversa. Il catetere non l’ho potuto mettere subito, penso perché fosse pericoloso entrare con una massa del genere nelle vicinanze, credo me l’abbiano messo qualche terapia dopo.

Il mio primo giorno di terapia? Semplice: seduta su quelle poltroncine, mi guardai attorno, il tempo di un sorriso e via con i liquidi “bruciavene” dentro di me. Consapevolezza! Lì fui avvolta dalla mia prima fase di consapevolezza, ma ero brava a mascherare, lo sono sempre stata a dire il vero, sta mania di non far mai vedere nulla a nessuno ancora mi perseguita, benché spesso abbia voglia di un abbraccio in più e sentirmi dire ” tutto bene?”, ma è il destino dei caratteri forti, spesso mi pesa, ma so conviverci. In ogni caso, l’infermiera mi guardò e mi chiese cosa potessi chiedere per farmi passare le mie prime due ore di terapie, semplice: un toast e un panino. Il panico lo passai nei loro occhi. Mia madre era scioccata e cercò ovviamente di non farmi mangiare alla prima infusione, meglio un libro, disse. See, un libro, avevo già una fame bestiale. Ovviamente loro facevano il loro lavoro, inclusa mamma, sapete le nausee, il vomito. Beh se vi rincuora andò tutto alla meraviglia e diventò, per quei 6 mesi, la mia routine. Diciamo che non era il cibo a darmi fastidio. In quei 6 mesi ho avuto i giorni si e i giorni no, l’ unica sensazione che avevo è che mi sentivo fuori dal mondo tutte le volte. Ricordo di usare il termine ” LEGGIADRA” alla domanda “come stai?”. Credetemi, non potevo usare termine più corretto di quello. Avevo la sensazione di vivere sopra il pavimento, e nelle terapie no, oltre stare a letto, guardavo le mie mani e spesso non le sentivo neppure mie, tutta colpa delle droghe comunque.

Passai gran parte di quell’estate avanti e indietro tra Piacenza e  Sardegna, finché il fisico me lo concedesse, però una cosa ci tengo a dirla, ho imparato ad ascoltare il mio corpo in quel periodo. Non datelo per scontato, perché non sto parlando di ipocondria, ma sto parlando di capire quando il corpo è stanco. Ho capito che non bisogna creare stress fisici, perché sono stra convinta che gli stress siano buona causa di molte malattie, e forse parlo così perché io sono stata tra quei casi, ma ci ritorneremo quando sarò pronta di affrontare. Quindi, vivete più sereni e mangiate più sano! La parola stress non deve appartenerci.

 

Oggi no, Domani! capitolo 3

Ho molti buchi neri di quel periodo. Mi annotavo tutto nei miei quaderni sparsi per ogni cassetto di casa, ma aprirli non è facile, ricordo solo le situazioni che ho affrontato mentalmente probabilmente. Lì dentro ci sono le mie sensazioni e le mie emozioni, tra cui momenti di pieno sconforto, perché solo in quei momenti scrivevo, scrivevo parole che non potevo dire alla mia famiglia, perché avere un malato in famiglia non è facile, anzi, penso che sia più difficile per loro, almeno, io ho sempre pensato questo. Poche volte mi sono fatta vedere piangere o dire davvero ogni pensiero che passasse per la testa, a volte anche molto brutto, e se dico molto brutto intendo davvero molto brutto. Ecco da dove nasce la mia voglia di annotare i miei pensieri, per alleggerire me e soprattutto loro.

Comunque per la prima volta mi trovo a scrivere senza accorgermi di dove sono e di chi ho attorno a me, penso di essere entrata ufficialmente nel mondo dello scrittore, senza offesa per gli scrittori professionisti ovviamente!!

Tornando alla trapanatura e al mio corpo-meteo, aggiungerei che il dolore è stato come se fossi caduta da un palazzo, ma facevo molto autoironia e mi ha aiutato davvero tanto. Tranne quando, dopo il dolore al bacino, la stanchezza, la fame e l’ira funesta, mi dissero che volevano accertarsi con l’ago aspirato di un unico dubbio che avevano. Un ago lungo 20 cm che doveva passare tra una costola e l’altra. In quel momento non ho più controllato l’ira e sdraiata sul lettino con un equipe di 6 persone, ho guardato il primario e ho detto testuali parole: OGGI NO, DOMANI. Il primario, ottimo dottore e sempre in continua formazione, mi guardò e mi rispose: – Guarda, è l’una del pomeriggio, sono affamato ed esco felice da qui, e anche i figli ti ringrazieranno, ma non possiamo aspettare un giorno in più – . Lì mi feci conoscere davvero per ciò che ero diventata, e tirandomi su nel lettino mi sedetti e avvicinai il mio viso al suo orecchio, e dissi: Non poteva dirmi cosa migliore. Faccia felice i suoi figli che io faccio felice la mia pancia. A domani- . Mi alzai dal letto, feci sorrisi anche ai muri e percorsi i corridoi, fino ad arrivare alla macchina, con mia madre dietro che cercava di prendermi con le pinze nell’obiettivo di farmi rientrare, ma nel frattempo ero già in macchina, seduta con gli occhi chiusi e tempo zero, dormivo.

Sono stati mesi pesanti, ero davvero stanca, sempre di più, e l’unico modo per resistere alla stanchezza era mangiare, quella non mancava mai, e i 40 kg erano sempre gli stessi, mai un etto in più. Ricordo che mangiavo sempre tutto doppio, se andavo al fast food, non era un menù, ma ben due menù. Quindi se dico che mangiavo, credetemi!

Il mattino seguente, alle 10, mi aspettavano per l’agoaspirato. Nessuna paura, inconsapevolezza totale e vinceva sempre la voglia di andar via, quindi, “forza e coraggio, e fate veloci, please”. Solito lettino, solite 6 persone tra primario, medici e infermiere. Guardai la mia dottoressa e le dissi di spiegarmi cos’avrebbe fatto prima di iniziare, e lei gentile mi disse che purtroppo non era possibile fare l’anestesia e se fossi stata ferma sarebbe durata pochi secondi. Io stetti ferma, ma loro dovettero entrare 4 volte tra le mie costole per riuscire ad aspirare ciò che fosse di loro interesse, neanche me ne interessai a cosa stessero ambendo, vinceva sempre la voglia di andar via, mangiare e dormire. Alla quarta volta erano felici come una Pasqua e io sorrisi con loro e pensavo a perché tanta festa per un po’ di sostanza raccolta.

Alle 12 mi aspettavano per la TAC con mezzo di contrasto e il giorno dopo la PET. Non ne potevo più di tutti quegli avanti e indietro continui, ero convinta che sarebbero presto finiti , ma non sapevo ancora che ero SOLO l’inizio di un lungo percorso.

appuntamenti

Datemi un po’ di ossigeno. Capitolo 2

Forse la mia paura più grande era quella di subire un operazione, magari anche dolorosa ma non so di cosa avessi davvero paura, ma ricordo di essermi messa in malattia dal lavoro ( sto lavoro! ).

Dopo lo sfogo avuto, e le risposte vaghe di mia madrina, ritornai a Piacenza, e non potrò mai scordare il viso sciupato di mia madre, dopo una settimana  che non la vedevo, sembrava non dormisse da tempo. Mi abbracciò tanto forte e mi disse ” qualsiasi cosa sarà, la supereremo insieme”. Esagerata come suo solito, pensavo. Certo che supereremo tutto, insieme.

Il mattino dopo, 7.30,  avevamo appuntamento in un reparto con nome a me sconosciuto: ematologia. Da ignorante, cercavo di trovare il significato a questa lunga e strana parola. Volevo chiedere il significato a mia madre, ma probabilmente mi avrebbe detto ” prova a cercarlo su internet”. Si! Perché dovete sapere che mia madre, da buona insegnante che è, ha la buona abitudine di non dire i significati delle parole, perché suppone che la ricerca sul dizionario rimanga più impressa nella memoria, e non ha tutti i torti, per me almeno. Se non leggo non sono capace di memorizzare un dialogo più di 20 minuti!

Comunque, la scaletta fu questa: ore 8 analisi, ore 8,15 colazione al bar ( due croissant erano d’obbligo per la fame “chimica” che avevo) ,sigaretta ( d’obbligo anche se non respiravo più dall’asma che avevo ) , e alle 9 mi aspettava la dottoressa B.: donna alta, magra, capelli color castano e una voce che coccola l’anima. Mi disse che dopo le analisi avrei passato la mattinata a fare lastre, tac, ecografia e esame della boom. Io dissi di si, scambiando un sorriso. Ero solo stanca, volevo dormire, non ragionavo e non volevo che mi facessero ragionare a dire il vero, avrei dovuto sprecare troppe energie e troppi zuccheri che non sarebbero arrivati nel cervello, e questo mi rendeva irascibile.

Ora ricordo quanto fossi facilmente iraconda. Avevo scatti d’ira per tutto. Dal latte che al mattino non c’era, alla maglietta non lavata, all’insalata che non era quella che volevo. Che vergogna! Ora che ci penso non mi riconosco neanche.

Via di corsa in un altro reparto a fare la lastra al torace. Lunghe attese coricata, con la testa sulle gambe di mia madre, nelle panchine delle sale d’aspetto. Mi svegliava lei con toni lievi e con dolcezza (dolcezza forse perché aveva paura che urlassi nei corridoi, non sono sicura però ) ed io ancora addormentata mi alzavo e facevo tutto ciò che mi dicevano di fare, finivo, e poi di nuovo su un’altra panchina sdraiata a chiudere gli occhi. Ero davvero stanca. Era come se l’ossigeno non arrivasse al cervello ma di punto in bianco mi svegliai per davvero quando vidi un  mini trapano bucarmi il midollo osseo, ricordo di aver sentito un ”trac” nella zona del bacino, ovviamente sotto anestesia.

 

Ho trovato il lato positivo in questo con il passare degli anni, perché ogni tanto mi torna il dolore in quel punto del bacino e ho scoperto che riesco a percepire quando il tempo sta cambiando, soprattutto dal caldo al freddo molto umido. Io so riconoscere le previsioni del tempo dal mio bacino!  Mi fa ridere e sto ridendo anche ora che lo scrivo, però è davvero così. Ho un “corpo-meteo” precissimo.

Parlando di me, mi piace trovare sempre il lato positivo, anziché lamentarmi di avere un dolore forte ad ogni cambio clima, ho un dono, no? Odio, ed io non odio mai nessuno, le persone che si lamentano, che non riescono mai a trovare  il lato positivo nelle cose, ma perché complicarsi l’esistenza? Tanto bisogna vivere comunque, io preferisco vivere con la testa leggera che con rughe sulla fronte. Io dico sempre, e mio marito per questo un po’ mi prende in giro e un po’ gli da fastidio, l’importante è esser sani. Ed è vero, pensateci!

A me hanno rubato del tempo prezioso. Devo recuperare una vita intera sulla base di tre anni e mezzo persi in quella meravigliosa età goduta bene\male\peggio.

To be continued..

 

Un treno di ricordi. Capitolo 1

Nel 2009 ho scoperto la mia seconda vita.

Ero una giovane 19enne con il desiderio di famiglia e un lavoretto che mi potesse gratificare. Pesavo 40 kg per 1.57, ero in forma, pensavo. Se non fosse stato per la nascita di mia sorellina probabilmente mia madre avrebbe subito un lutto subito dopo il suo arrivo, forse dopo un anno. Per fortuna il mio attaccamento alla famiglia mi ha detto “vuoi che tua sorella non sappia chi sei?”. A luglio 2008 è nata, mi sono precipitata a conoscerla, primo volo e via verso Piacenza. Eh si! Mia mamma abitava da qualche anno a Piacenza, e io non volevo abbandonare la mia terra natia, dunque, ho trascorso dai 14 ai 19 anni dai mie parenti in quel paesino nel nord della Sardegna.

Quando l’ho vista mi sono innamorata, non volevo più tornare a casa, ma dopo una settimana non avevo altra scelta: il mio datore di lavoro mi aspettava. Dovetti rientrare a lavoro e la prima settimana di settembre ho dato le dimissioni, una settimana di preavviso e mi sono lanciata da quella fragolina.

Ricordo di aver trovato lavoro, come apprendista parrucchiera quasi subito, facevo molti km al giorno ed ero sempre più affamata, stanca e magra. Avevo una tosse come se fumassi da 50 anni e un prurito alla pelle da grattarmi fino a farmi male, sembravo graffiata da un gatto, ma essendo magra mi vergognavo ed ero sempre super vestita: mai una gonna, un abito o un pantaloncino. Mi dicevano sempre ” beata te che sei così magra” e mi facevano solo innervosire. Odiavo cercare abiti da 12 anni, gli altri non potevano capire cosa volesse dire essere una donna con abiti da bambina.

Mia mamma si era fissata che non rispettavo gli orari dell’antibiotico, perché a 19 anni nessuno sa come prendere una pastiglia ogni 24 ore, con una sveglia puntata sempre alla stessa ora, magari all’ora di pranzo, mezz’ora dopo la chiusura del salone, così da esser sicuri di non lasciarne mai una indietro, neanche per sbaglio! Mia madre in fondo mi conosceva, non sono mai stata una che prendeva medicine in orario, anche perché raramente prendevo medicine, ma quella volta ci sbagliavamo tutti evidentemente, perché dopo tre antibiotici continuavo a dormire quasi seduta e con le finestre aperte, in quell’inverno di -13°.

A marzo, abbiamo pensato, sotto consiglio del medico di famiglia, di fare una lastra per vedere meglio la situazione, perché mi sono scordata di dirvi che nel frattempo, oltre l’antibiotico preso sempre in orario, mi stavo curando con cortisone, per un’ipotetica bronchite asmatica, dopo una spirometria, che aimè, non riuscivo a fare.

Presi un permesso dal lavoro, e la mia mattinata d’esami in pneumologia ebbe inizio. Ero molto stanca quel periodo. La sensazione era come se non dormissi più di 3-4 ore a notte da molto tempo ormai. Ricordo il fiatone nel compiere 20 passi e cercare in supporto una sedia o una panchina, ovunque mi trovassi. Ah, dimenticavo: ero una fumatrice da 20 sigarette al giorno, ma questo non giustificava la macchia nella parte alta dei polmoni e i globuli bianchi triplicati, rispetto ai valori normali.

Da qui, ha inizio la mia seconda vita parte 1, benché io non avessi capito ancora nulla di ciò che mi stava capitando: il mio unico interesse? Solo tornare a lavoro, altrimenti mi avrebbero licenziato, pensavo. Povera me: piccola e impaurita dal mondo del lavoro e poco interessata alla gravità di ciò che cercavano di spiegarmi, o forse nessuno mi aveva spiegato nulla, ho un vuoto di quei giorni.

Nel frattempo che mia madre si preoccupava di far vedere i miei esiti a più reparti, ricordo di essermi messa su un treno per Torino dove i miei zii abitavano ed esaminandomi oggi, tra vuoto di quei giorni e biglietto per Torino, probabilmente scappavo da qualcosa che avevo intuito, ma non volevo elaborare. Ricordo che dopo una settimana che ero da mia madrina ( sorella di mia mamma) ho avuto un momento di panico (come se qualcuno mi stesse tenendo da dietro, aggrappato solo alla maglietta, sopra uno strapiombo e l’unica cosa che vedevo era l’altezza) e di punto in bianco mi sono seduta sul tavolo, l’ho guardata e con la voce tremante le ho detto ” perché nessuno mi dice nulla di quello che mi sta succedendo?” e sono scoppiata in lacrime tra le sue braccia.

Dirò molti ” Ricordo ” nel mio racconto, perché devo sforzarmi di ricordare momenti che ho voluto probabilmente oscurare nella mia stanza dei ricordi, in qualche angolo della mia testa!

Ho bisogno di prendere fiato.

treno di ricordi

Il mio Primo articolo di Diario-Blog

Ciò che avrei voluto fare da grande? La scrittrice. Ho racconti che parlano del mio vissuto, del mio piccolo paese della Sardegna in cui sono cresciuta, dei miei primi amori, del mio primo approccio nel mondo lavorativo, dei miei primi viaggi, della mia malattia e della mia rinascita. Ho scritto così tanto da trovarmi diari, quaderni e cartelle con pensieri sparsi in ogni angolo della casa che abbia un cassetto, ma non sono mai riuscita a concludere un libro vero e proprio, forse perché non ho mai trovato il tempo di cercare una casa editrice che potesse darmi una mano a concludere, o semplicemente non ho mai trovato la forza di poter raccontare la mia storia. Magari sarebbe stata di supporto a chi, come me, ha lottato con qualcosa di più grande e ovviamente imprevedibile o semplicemente a me, che ho “re-imparato” a vivere con un bagaglio in più sulle spalle, e devo dire che ogni tanto pesa ancora, ma sono qui, e in molti mi dicono di sentirmi fortunata, e vi dico la verità, io so di essere fortunata e sono felice e soddisfatta della mia vita.

Oggi ho 28 anni, vivo in una piccola frazione di Piacenza e adoro viaggiare, considerando che non sono mai stata una studente modello, i viaggi sono l’unica cultura personale che non mi pesa studiare. Lavoro come consulente alle vendite nel mondo delle auto, sono sposata con un marito che ho scelto e lo ri-sceglierei altre mille volte (spero anche lui). Ho una mamma che vorrebbero tutti, attiva, ambiziosa, in continua evoluzione e ho due sorelle più piccole, una di 24 anni R. e una di 10 S, non potrei immaginare una vita senza le mie sorelle, chi non ha un legame così forte non può davvero capire. Ho una suocera meravigliosa, una donna brillante, creativa e continuamente in viaggio con mio suocero di 71 anni che ama ancora oggi fare 70-80 km in bici nelle giornate di sole. Ho degli zii lontani e sparsi tra Italia, Svizzera e Germania, e una nonnina di 80 anni che, sbagliando, chiamo poco perché non amo molto le chiamate a distanza, mi rendono un po triste e fragile, ma con tutti i suoi alti e bassi posso dire di avere una FAMIGLIA.

In questo blog spero di riuscire a raccontare di me, della mia vita, dei miei viaggi passati, presenti e futuri, ma ciò che spero di più è di riuscire ad avere la sensazione che questo mio “diario-blog” possa trasformarsi un un libro mai pubblicato.

Melania