Il puzzle. Capitolo 14

Ho fatto un giro per casa alla ricerca di quaderni e scatole di ricordi. Ho trovato foto di quando avevo 15 anni, spensierata e con qualche chilo in più. Ho trovato bigliettini e lettere delle mie amiche e dei miei familiari per le feste ricorrenti, emozionanti. Foto di me bambina in braccio a mio padre o mano nella mano di mia madre e foto con mia sorella R.

Quando è arrivata R. nelle foto c’era sempre lei dietro di me. Non mi lasciava un attimo da sola, era una cozza ma l’ho desiderata tanto nella mia vita. Sono stata sola fino ai 5 anni e imploravo di avere una sorellina. Quando arrivò la mia vita cambiò all’improvviso. Non ero più sola, avevo finalmente una sorella, un’amica, un giocattolo e anche una cozza.

Siamo sempre state molto unite, con tutti gli alti e bassi ovviamente della vita tra sorelle. Mia mamma dice sempre che io e lei ci siamo sempre parlate con lo sguardo, come se fossimo gemelle. Non ha del tutto torto, parliamo tanto ma stiamo tanto anche in silenzio, benché la complicità non manca mai.

S., la piccola, ci dice spesso che lei invece si sente figlia unica, non sa cosa voglia dire avere una sorella di pochi anni di differenza, tuttavia abbiamo giocato tantissimo con lei. Siamo tre belle sorelle, unite ma con gli anni di differenza che ci separano.

E’ meraviglioso avere delle sorelle, averle è un dono prezioso, e chi non le ha non può nemmeno immaginare. E’ un amore grande, insostituibile. Non potrei immaginare di interrompere i rapporti con loro, sarebbe come spegnere una parte di me. Se dovessi immaginare quei momenti bui, eliminando loro dai miei ricordi, credo che non gli avrei superati come ho fatto.

Le sere nel bunker, mia sorella R. dava il cambio a mia madre e stava con me dalle 20 alle 24 , ridevamo del più e del meno con la mia socia di stanza Rosita. Avere una persona che sia amica, sorella e cugina, significa avere un pacchetto completo a vita. Aspettavo quelle ore con ansia, anche perché dovete sapere che per me la sera era rinascita, mentre tutto il giorno stato tanto male da non parlare, rannicchiata nel netto con gli occhi chiusi, alzandomi solo per un’esigenza fisiologica. Avere una sorella vuol dire andare in bagno in due, aprendo l’acqua per non far sentire agli altri  i tuoi rumori poco piacevoli. Sorella è far passare il tempo a parlare del vicino, del ragazzo di, della cugina di quella e di quell’altra, e non renderti più conto che sei su un letto d’ospedale.

La piccola non la vedevo purtroppo in ospedale, solo una volta in 20 giorni, avevo paura non mi riconoscesse più, e invece mi corse incontro come se mi aspettasse da anni. Bellissimo ricordo, impossibile dimenticarlo. Quando ero a casa, invece, era una gioia avere una bimba che rideva, piangeva e saltava.  E’ stata per me una grande forza. Tornavo a casa distrutta dalle cure, senza capire dov’ero e l’unico desiderio che avevo era quello di dormire, ma bastava entrare a casa, che mi sorrideva e mi portava immediatamente nei giochi che a me passava tutto, e non è tanto per dire. In realtà il gioco era questo: prendeva il puzzle, lo rovesciava, iniziava a incastrare cinque pezzi, e poi? Poi mi ritrovavo sola ad aver concluso il puzzle e lei faceva altro.

Ogni persona è indispensabile in forme diverse. Questo l’ho scoperto proprio in quegli anni. Di fondo siamo tutti diversi a sto mondo e ognuno di noi è un puzzle, con incastri diversi, ma pur sempre un puzzle. Non bisogna pensare o pretendere che una persona possa dare tutto ciò di cui abbiamo bisogno, ma al contrario, che più persone facciamo il nostro reale bisogno.

Il puzzle lo fa l’unione di tanti pezzi che s’incastrano perfettamente, e noi siamo semplicemente un tassello di quel quadro perfetto.

Il pianto di una donna. Capitolo 12

La piccola di casa iniziava a crescere ogni giorno di più, parlava già da grande. La nostra piccola riccioli d’oro, tanto bella quanto dolce. Amava i puzzle, le costruzioni e tutti quei giochi che stimolavano la sua intelligenza, altrimenti non li considerava. Oggi ha 10 anni, quest’anno frequenterà l’ultimo anno dell’elementari, e ha un Q.I sopra la media, confidiamo il lei negli studi, considerando il fatto che io e R. non siamo mai state così tanto brave a scuola.
R. prese un volo e andò via, andò in Sardegna e lì ci rimase per alcuni anni. Scappò. Lei scappò, e oggi posso capire, ma in parte sono ancora un po’ provata per quel gesto. Diciamo che nel periodo più duro non esser stata al mio fianco mi ha un po’ segnata, ci sono meccanismi che vorremo non s’interrompessero mai, e lei, noi, era uno di questi. Sarebbe dovuta star con me e stringere i denti, e invece ha pensato a sé, ancora oggi ogni tanto lo fa.
Mi sono ritrovata sola, senza lavoro e con la pensione d’invalidità, ma non era una questione di soldi,più che altro cercavo un modo per tenermi impegnata. Amici, serate, mia mamma finalmente a casa, ma avevo tanti problemi fisici che non sapevo cosa sarebbe stato di me. Mi sentivo in bilico tra la vita e la morte, perché dentro di me non volevo stare al mondo, non lo volevo più da qualche mese ormai. La mia vita girava tutto attorno ad appuntamenti ospedalieri, continuamente. C’era una visita per ogni parte del mio corpo, quasi ogni giorno. Dal dentista, all’oculista, al cardiologo, al ginecologo, ecc… La mia vita non poteva prendere una piega diversa se prima non monitoravo l’agenda ospedaliera. Ma che altro posso dire? Sono stati mesi duri quelli, più degli anni precedenti, perché avevo la consapevolezza di ciò che stato vivendo e non ero in possesso di forze per poter affrontare, anche una semplice febbre mi mandava in depressione.
Dentro di me tutto è cambiato quando ho conosciuto Elena. Una donna di più 40 anni che ha passato gran parte della sua vita a curarsi tra sarcoma e leucemia. Storia toccante la sua, e ancora oggi faccio fatica a parlarne. Ci siamo conosciute mentre io ero ricoverata nei bunker, lei faceva cure molto più pesanti delle mie, glielo leggevo in volto: viso pallido, quasi giallo-verde il suo colorito. Bella donna, magra e abitudinaria. Si svegliava al mattino e faceva movimento sano per il suo corpo, penso fosse yoga. Poi si lavava la faccia e si truccava, adorava truccarsi, si sentiva bella e sana. Non trovavano un donatore con una percentuale di compatibilità abbastanza alta che potesse darle una sola speranza di vita, neanche nella sua famiglia.
Quando m’interruppero le cure, andavo spesso a trovarla, piangeva dai dolori, fisici e mentali, non aveva più voglia di vivere. Nel suo pianto c’era un cocktail di emozioni tutte insieme. La rabbia di non aver vissuto una vita normale, amori non corrisposti, al lavoro non parliamone, perché una malata di leucemia dai colleghi è considerata esagerata, beata ignoranza!
Dopo mesi e mesi trovarono un donatore in Spagna da cordone ombelicale, ma lei non voleva più fare niente che potesse tenerla in vita, ormai pesava 40 chili, si e no, e la testa non le diceva di potercela fare. Fece il trapianto, piangendo. Trascorsi i 2 mesi andai a trovarla in ospedale, non la riconoscevo più: il suo corpo era ricoperto letteralmente da lividi, sorretta da 2 infermieri negli spostamenti, ho in mente il suo sguardo che si incrociò con il mio per qualche secondo, io sul ciglio della porta che la cercavo tra i lettini, e lei che mi passò affianco, scortata per andare in bagno. Mi ha segnata. Mi ha parlato in due secondi con quegli occhi grandi, e il suo pensiero mi arrivò come se avesse parlato. Smisi di andare a trovarla e forse sbagliai, ma quello sguardo mi fa piangere anche oggi.
Un mese dopo aprì il giornale e la trovai tra i necrologi: aveva smesso di star male, finalmente!
Era una donna forte ed intelligente. Aveva già programmato di dar fine a tutto quel dolore, perché scoprì da sua madre che, qualche giorno dopo la sua morte, l’aspettavano in Svizzera: prese un appuntamento per dire basta, e pensare che neanche lì sia riuscita a decidere per le sue azioni è da far accapponare la pelle, perché la vita ha pensato di decidere nuovamente per il suo destino, togliendo lei la vita, soffrendo.

Solo per te. Capitolo 11

Non volevo e basta. Non si può obbligare a tenere qualcuno in vita, ma dovetti guardare in faccia alla realtà, io sarei andata via, forse non mi sarei accorta di nulla e mi sarei spenta, poi, il vuoto. Ma la mia famiglia? Lei sarebbe rimasta al mondo con una perdita, un lutto, e come si fa a guardare in faccia una madre che ha messo anima, mente e forze per prendersi cura di te?

Tornai.Arrabbiata, tesa e nervosa. Feci visite anche a Pavia, parlò solo mia madre, alla fine ero lì per lei, e non volevo dirglielo. Se avesse potuto avrebbe affrontato tutto lei per me, ma purtroppo e per fortuna abbiamo fatto in due.

La prassi prevedeva la terapia pre-trapianto, ore ed ore di terapie per tre giorni consecutivi per altri 3 mesi, più chemio in pastiglia a casa. I miei capelli ormai ricaduti alla seconda terapia, così belli e così ricci. Beh, però presi una decisione imprevedibile: comprai la parrucca. Capelli lunghi, pari e neri e non proprio convinta di averla comprata. La lasciai sul suo appoggio in polistirolo per una settimana, non convinta dell’acquisto. La guardai tutti i giorni e tutti i momenti che entravo in camera, poi colpo d’arte: forbici e pettine alla mano, e la tagliai in base all’idea che avevo in testa, quindi feci una bella frangetta ( quella che portavo prima di tutto questo incubo ) e li scalai per bene. Soddisfatta, non ne potei fare a meno per quei 3 mesi, mi ha dato tanto sicurezza, mi vedevo di nuovo bella! Ripresi a sorridere, a fare serate, a tornare a casa la mattina presto dopo notti d’alcool che mi viene la nausea al solo pensiero.

Purtroppo gli effetti collaterali erano palpabili, la pelle era ormai distrutta, screpolata e di un brutto giallo, simson’s style. Mangiavo davvero poco a causa della nausea, catetere infettato, carie nei denti, pancia contimuamente dolorante, e la regina delle regine, mrs papilloma virus. Morale? Al secondo mese e mezzo avevo un’intossicazione talmente alta che ho rischiato di lasciarci le penne. Stop terapie per un mese e mezzo. Oh, vi giuro, non ne potevo più, mi sentivo intrappolata in una realtà che non riuscivo a vivere. Cercavo di non pensarci, ma avevo sempre dolori di sottofondo che mi riportavano alla realtà, ma grazie al cielo c”era sempre con me mia sorella, che durante una serata qualsiasi potevo lasciare spazio ai miei momenti di sconforto, un abbraccio, sorrisi e via a divertici.

Smisi di andare anche in Sardegna, non avevo l’umore adatto per spostarmi da casa, considerando che avevo finalmente mia madre a casa 24h su 24. Aveva finalmente ottenuto il congedo retribuito dal lavoro per figli con patologie come la mia. V’ immaginate la vita di mia madre? Lavorava negli istituiti di cura, con una figlia malata, una bimba di 2 anni e un’altra di 15 da tenere a bada nell’età più critica. Io sarei impazzita. Lei faceva punture di cortisone per stare in piedi dai dolori che aveva, tra i vari avanti e indietro e poche dormite .

Eppure, ci sono persone che hanno avuto il coraggio di dire che non sarebbero andate a rubare per noi.

 

Consapevolezza step 2. Capitolo 8

I primi sei mesi di terapia trascorsero molto velocemente, su e giù per la Sardegna, avanti e indietro per l’ospedale, serate in discoteca con mia sorella, tutte le feste erano le nostre. Ahh, mi sono divertita come se non ci fosse un domani! Anche perché  ho iniziato a frequentare la vita notturna proprio durante la malattia, quindi immaginatevi mia madre, povera. Sempre sveglia ad aspettarci, sperando non succedesse niente ad ogni uscita che facevo e ad ogni ambulanza che sentiva. Gran bella donna la mia mamma, bella dentro. Abbiamo instaurato un rapporto di simbiosi in quegli anni, un traguardo importante per noi.

Mi sono scordata di dirvi che durante il colloquio con il primario mi era stato detto che avrei perso i capelli, ma io testarda come il mulo, mi girai da mia madre e le dissi che non era il mio caso, immaginatevi la faccia di mia madre ora: si leggeva nei suoi occhi tenerezza per ciò che avevo appena detto. Indovinate? Non persi i capelli! Erano radi ma li avevo tutti o quasi tutti, questo per dire cosa può fare una mente positiva, almeno, a me piace pensare che è stata tutta opera della mia positività. Finiti i 6 cicli, pari a 6 mesi di terapia, feci tutti gli esami che potessero dare il punto della situazione, e ahimè, la massa si, era diminuita, ma di molto poco, forse 3 cm, non ricordo esattamente, forse 5. La PET captò addirittura dell’attività elevata, quindi il signorino continuava ad andare avanti, voleva crescere lo stronzo. Lì mi abbattei parecchio, ricordo di aver avuto la seconda fase di consapevolezza e in attesa della nuova terapia scesi in Sardegna, a settembre, per quasi un mese. Ho fatto tanto mare in quel mesetto, relax prima di ritornare a Piacenza Hospital, perché a parte per le mie sorelle e per mia madre, sapevo di esser lì solo per le cure, purtroppo non potevo fare affidamento ad altri ospedali, ma portavo sempre con me il resoconto della dottoressa, non si sa mai che succedesse qualcosa.

Step 2. I dottori si erano espressi, preparazione all’auto-trapianto, ossia 2 mesi di cure in ospedale, ricoverata per 4 giorni al mese ( odiavo stare fuori casa quando stavo male ) diminuire al massimo la massa tumorale, e poi stimolare l’ultimo mese i globuli bianchi in modo tale da poter fare la raccolta delle mie cellule staminali, per poi passare alla fase più antipatica: l’autotrapianto. Ora rido e scherzo, per fortuna, ma la mattina del ricovero del mio prima giorno di degenza ho avuto la mia prima vera crisi di pianto, avevo davvero paura, avevo la testa un po’ provata e non trovavo la forza in me, mi aveva abbandonata a causa del mio brutto umore e del mio pessimismo. Quella mattina mi accompagnarono mia mamma e mia madrina, meno male c’erano loro. Mi hanno coccolata e cullata rubandomi qualche sorriso. Primo giorno di terapia: collasso totale, non ricordo nulla di nulla, penso di aver dormito tutto il giorno, e la notte vomitai per la prima volta in tutti quei mesi, meno male non ho mai avuto paura di vomitare, infatti, mi alzai dal letto alle 3 del mattino, andai in bagno e vomitai, si accorse l’infermiera che mi ero alzata, altrimenti sarei andata a letto nuovamente. Vomitare terapie non è uguale a vomitare normalmente come quando si  ha un virus o per qualcosa che è rimasto sullo stomaco, non lascia acido in bocca e non brucia, l’ho definito vomito chimico, punto. Furono tre mesi pesantucci, soprattutto dal punto di vista emotivo, avevo davvero tanta paura, di giorno dormivo sempre, e la notte avevo la testa piena di ansie e pensieri, poi stare fuori casa e non nel mio letto per me è stato davvero distruttivo. Dopo 10 giorni persi completamente i capelli, levai ciocca per ciocca con le mani senza sentire alcun dolore, ormai i bulbi erano morti, potevo solo sperare di avere una ricrescita totalmente bionda. Via di bandane e cappellini. Non ne volevo sentir parlare di parrucca. Uscii molto poco, ero molto provata, poca fame, molta nausea, poche forze, non vedevo neppure molto bene, penso fosse colpa del cortisone dato in quantità industriali che mi davano. Mangiavo tutto molto aspro, salato e acido per farmi passare la nausea, odiavo il plasil, mi rincoglioniva! Lo presi una volta, poi mai più. L’effetto era questo: abbassamento di pressione, sonnolenza da dormire tutto il pomeriggio e svegliarmi la sera debole e rincoglionita. Lo abolirei come farmaco, lo trovo davvero poco farmaco e tanto “droga”.

Tre mesi conclusi, tre lunghi duri mesi conclusi. A dicembre feci la raccolta delle cellule staminali, che consisteva nel far uscire il mio sangue attraverso un tubo, collegato al mio catetere endovenoso,  per poi entrare in una centrifuga, che divideva le staminali e reinseriva il mio sangue. Sarà durato 3-4 ore. Sdraiata in un lettino a non fare niente con dolori alle ossa a causa delle punture fatte precedentemente per stimolare la riproduzione di bianchi, perché senza quelli non potevo neanche raccogliere.                 Ah, c’era anche mio padre, è stato difficile averlo lì, ormai eravamo io e mia madre, non volevo nessun’altro, ma che potevo farci? Era il periodo in cui si accorgeva di avere una figlia, la primogenita, malata di tumore, e con poche speranze di vita, e a me andava bene tutto piuttosto di avere serenità.

Neanche oggi sa cos’ha avuto la figlia. Sa che è stata malata, di un tumore, che ha passato mesi difficili, ma quando mia madre ha chiesto il suo aiuto economico, per farmi svagare un po’ ecco, perché mia madre cercava di non farmi mancare nulla, la sua risposta è stata che non sarebbe andato a rubare per nessuno, tanto meno per lei.

Da qui, per me si è rotto ogni meccanismo, era diventato solo un estraneo. Ma come? Tua figlia non sai se sopravvive il giorno dopo, ma tu non vai a rubare per dare una mano a chi l’assiste?

Ed ecco che ci ritorniamo, il problema è mia madre per lui, peccato caro papà, io e la mamma ce la siamo cavate anche senza il tuo aiuto.

 

 

Se l’amore non sei tu, l’amore non esiste. Capitolo 5

Ora lo so! Chiamarono mia mamma dall’ospedale perché erano arrivati gli esiti della PET. Il mattino seguente mi aspettavano in mattinata, ma non chiesi nulla, chi poteva immaginare una cosa così grande. Secondo me mia madre già sapeva dal giorno prima, perché era molto strana nel tragitto verso l’ospedale, era silenziosa, e mia madre è una gran chiaccherona.

Mia sorellina cresceva sempre di più, biondina, primi riccioli. Era la mia riccioli d’oro. Determinata e testarda, sempre. Una bambina già intelligente da pochi mesi di vita. Ricordo di averla assillata notte e giorno a ripetere “tata”. Le giornate erano: Vieni da tata, dov’è tata, ripeti tata. Mia mamma, dice che la sua prima parola è stata “mamma”, ma la verità è che la prima parola è stata tata. Portava un allegria in casa. Era un tornado di vivacità, ma tanto dolce e coccolona. Si faceva fare di tutto. Passavo i pomeriggi a farla giocare (alla fine giocavo io) e un giorno ho inventato la canzoncina de “la bimba fazzoletto” . Se ci penso oggi rido ancora. Abbiamo una foto insieme con lei che ride con i suoi primi dentini e la testa e i vestiti pieni di salviettine per bambini. Quanto ci siamo divertite! Anche oggi che ha 10 anni è così. Coccolona, dolce, intelligente e sempre solare, ma pur sempre testarda e determinata.

Dunque, quella mattina me la ricordo molto bene. Qui arriva il difficile, l’inizio della mia storia.

Entrammo in ematologia, salutammo e ci sedemmo in attesa di essere chiamati per l’appuntamento con la dottoressa, ma non attendemmo molto e dentro l’ambulatorio ci accolsero sia la dottoressa B. che il primario, che fu il primo a parlare:

– Allora Melania. Cercheremo di usare le giuste parole per spiegarti cosa succede al tuo corpo. In base alla lastra e la tac abbiamo rilevato che hai una massa alle ghiandole linfatiche del mediastino di 15cm x 8cm, in breve due tuoi pugni. Questi due pugni hanno appesantito un polmone, il quale è collassato, secondo noi da almeno un anno, e questo spiega la tua tosse. Nel frattempo il pericardio, la scapola e la tiroide sono stati intaccati a causa di questa massa. Ora tu ti farai mille domande, tra cui, e quindi? siamo qui a rispondere a questa tua domanda. L’esame della BOOM (trapanatura, come la chiamo io ) ha escluso una leucemia, per fortuna, ma purtroppo hai comunque un brutto male, benché curabile: hai il linfoma di hodgkin.

Non ho capito! Non capì una sola parola di tutte quelle tecniche che ha usato, tra cui “intaccato”.

-non prendi peso perché questo tipo di malattia si ciba di tutto ciò che tu mangi, e nonostante mangi ogni ora, il tuo stomaco ne chiede ancora e ancora. Inizieremo già domani con il primo ciclo di chemio, purtroppo non abbiamo molto tempo a disposizione, dobbiamo ridurre assolutamente la massa e sperare che il tuo polmone riprenda il suo giusto funzionamento, e poi vedremo come procedere e se procedere con l’operazione.

ALT!! Io ero ferma a tumore e lui era già avanti nel dirmi la cura, e l’operazione al polmone? E operare il mio linfo qualcosa? Nessuno faceva riferimento a questo, dunque lo chiesi io.

-non è possibile purtroppo perché le ghiandole linfatiche non posso essere levate. Guarda Melania, perderai i capelli, ma finita quest’avventura sarai una persona diversa, vedrai. l’importante è il sorriso, ed evita malumori, scatti d’ira e vivi serena.

Dovevo vivere serena, ma sapete che c’è? Io non avevo capito una cavolo di quello che stava succedendo, me ne accorsi molto più avanti, ma molto più avanti. Forse me ne accorgo più oggi che allora. Furono anni duri quelli a venire, ma ho imparato a vivere giorno per giorno, perché mentre perdevo i capelli, mi gonfiavo sempre di più, io pensavo di morire, ne ero convinta. Ho iniziato a bere in quegli anni, fumavo come prima, andavo a ballare e rientravo tardi la notte. Me ne fregavo di tutte le stronzate e le superficialità e devo ringraziare mia sorella R., perché benché adolescente, abbiamo vissuto spalla a spalla, sempre insieme, anche quando mi ritrovai a La maddalena la notte di ferragosto, collassata da quanto alcool buttai in corpo e potei aprire gli occhi solo a mezzogiorno del giorno dopo, in spiaggia, dopo una spiaggiata ovviamente. Lei aveva capito che non volevo pensare al fatto che la chemio e l’alcool stessero intossicando il mio fegato, lei sapeva che volevo vivere giorno per giorno, lei sapeva in cuor suo che sarei potuta morire, ma non ce lo siamo mai dette. Così piccola e presente, non mi ha mai fatto pensare un solo giorno che dovevo smettere di divertirmi e fare attenzione ai mie valori del sangue perché rischiavo di morire prima. Due sorelle con pochi anni di differenza, ma con un rapporto da gemelle. E’ sempre bastato uno sguardo, e spesso ci si dimentica dei piccoli gesti, ma io sorella mia, penso che tu sia stata tra le ragioni per cui io ho vissuto serena e cazzuta per quegli anni che spesso mi pesavano, e tu sai anche questo. E ti ho sempre capita perché sei scappata quella notte. La paura di finire tu sotto i ferri per donarmi la vita ti dava gioia ma sapevo che avevi tanta paura, ed è per questo che io avrei COMUNQUE rifiutato il trapianto, mamma sapeva e non l’accettava, ma io non potevo dirtelo, dovevo renderti responsabile. Non avrei mai permesso a nessuno, e dico a nessuno, di obbligarti a compiere un gesto che ti faceva così paura. Ricordi? se l’amore non sei tu, l’amore non esiste, questo sei tu per me.

Ti voglio bene

 

 

Il mio Primo articolo di Diario-Blog

Ciò che avrei voluto fare da grande? La scrittrice. Ho racconti che parlano del mio vissuto, del mio piccolo paese della Sardegna in cui sono cresciuta, dei miei primi amori, del mio primo approccio nel mondo lavorativo, dei miei primi viaggi, della mia malattia e della mia rinascita. Ho scritto così tanto da trovarmi diari, quaderni e cartelle con pensieri sparsi in ogni angolo della casa che abbia un cassetto, ma non sono mai riuscita a concludere un libro vero e proprio, forse perché non ho mai trovato il tempo di cercare una casa editrice che potesse darmi una mano a concludere, o semplicemente non ho mai trovato la forza di poter raccontare la mia storia. Magari sarebbe stata di supporto a chi, come me, ha lottato con qualcosa di più grande e ovviamente imprevedibile o semplicemente a me, che ho “re-imparato” a vivere con un bagaglio in più sulle spalle, e devo dire che ogni tanto pesa ancora, ma sono qui, e in molti mi dicono di sentirmi fortunata, e vi dico la verità, io so di essere fortunata e sono felice e soddisfatta della mia vita.

Oggi ho 28 anni, vivo in una piccola frazione di Piacenza e adoro viaggiare, considerando che non sono mai stata una studente modello, i viaggi sono l’unica cultura personale che non mi pesa studiare. Lavoro come consulente alle vendite nel mondo delle auto, sono sposata con un marito che ho scelto e lo ri-sceglierei altre mille volte (spero anche lui). Ho una mamma che vorrebbero tutti, attiva, ambiziosa, in continua evoluzione e ho due sorelle più piccole, una di 24 anni R. e una di 10 S, non potrei immaginare una vita senza le mie sorelle, chi non ha un legame così forte non può davvero capire. Ho una suocera meravigliosa, una donna brillante, creativa e continuamente in viaggio con mio suocero di 71 anni che ama ancora oggi fare 70-80 km in bici nelle giornate di sole. Ho degli zii lontani e sparsi tra Italia, Svizzera e Germania, e una nonnina di 80 anni che, sbagliando, chiamo poco perché non amo molto le chiamate a distanza, mi rendono un po triste e fragile, ma con tutti i suoi alti e bassi posso dire di avere una FAMIGLIA.

In questo blog spero di riuscire a raccontare di me, della mia vita, dei miei viaggi passati, presenti e futuri, ma ciò che spero di più è di riuscire ad avere la sensazione che questo mio “diario-blog” possa trasformarsi un un libro mai pubblicato.

Melania