Devo riconoscere che ancora oggi sono così testarda, se qualcosa non mi va a genio decido di dire “ciao grazie”. Gran brutto carattere il mio ma non posso dire di essere una “ lamentona “, quella tipologia di persone mi irrita un po’. Ho conosciuto persone che non sapevano davvero affrontare la vita e le situazioni di normale amministrazione. Mi facevano tenerezza e mi circondavo continuamente di persone a cui dare una mano, stile crocerossina. Continuavo a risolvere loro i problemi, peccato che capii con il tempo una questione ben più complessa che cercare di rendere leoni dei gattini innocenti: ho scoperto che esistono i deboli, ma il fatto più sconcertante è che a loro piace vivere nell’autolesionismo. Sono persone nate per vivere perennemente nel dolore e nella tristezza. Vivono, secondo loro, amori e amicizie sbagliate. Anche il lavoro è difficile, i colleghi li trattano male e la vita ha sempre portato loro tanti dolori, ma a loro piace vivere così, ne ho la certezza, è un po’ come i caratteri forti d’altronde, viviamo sempre agli occhi degli altri da saccenti e da supereroi e non esiste vederci deboli. Che poi, saccenti, viviamo affrontando semplicemente la vita e questo genere di vissuto è esclusivamente esperienza, che un debole non vive perché sta fermo ad aspettare che qualcuno gli dica sempre cosa poter fare, ma la verità è che loro amano vivere in questo stato, come a noi piace vivere nel nostro.
Ritornando alla mia testardaggine, invece, accadde una cosa stupenda, meglio dire inaspettata. L’America diede l’ok e anche il dottore di Bologna accettò la mia proposta, se così si può definire. Iniziai la mia fantastica cura sperimentale a Piacenza, con i miei medici, le mie poltroncine, i miei infermieri e soprattutto a 10 minuti da casa. Finalmente le cose iniziarono ad avere una svolta positiva ed io iniziai ad avere quel potere sui medici che un po’ mi dispiaceva, in fondo volevo solo stare vicino a casa. I medici erano felici e allo stesso tempo anche un po’ arrabbiati per dargli un lavoro nuovo e soprattutto perché il farmaco era in via sperimentale presso un ospedale universitario, penso fosse una rabbia tra medici tipo come rubare il posto a qualche collega.
Iniziammo comunque tutti entusiasti. La prima infusione prevedeva 2 ore, ma io avevo l’abitudine di aumentare sempre la velocità e in un’ora e mezza avevo finito. Si arrabbiarono molto quella volta, la novità doveva esser gestita in maniera categorica, secondo loro, io ero già stufa di star seduta. La cosa bella di questa cura fu che non diede effetti collaterali, di nessun tipo. Né perdita di capelli, ne nausea e neppure astenia. Dopo tre mesi d’infusione ero la io di sempre, senza effetti collaterali e chi mi chiedeva com’era la cura, dicevo che l’auguravo anche al mio peggior nemico. Iniziavo a vivere, a vivere davvero piano piano.
Concluso il terzo ciclo feci la PET ed eravamo tutti emozionati, come se sentissimo che sarebbe stata la mia salvezza, ma c’era un ma che ci lasciò un po’ confusi. L’esito rimase invariato, il mio amico aveva solo smesso di crescere. Fu una confusione leggere il referto, perché tra mille paragoni positivi rispetto al passato, lui era ancora dentro di me, ma per la prima volta non lo sentivo. E’ stato molto strano, mi sentivo spaesata. Mi trovavo spesso coricata supina, con attorno a me il silenzio più assoluto, ad ascoltare il mio corpo e non sentivo nulla. Il petto non bruciava e non formicolava. Ero davvero molto sconsolata, perché fino a quando sentivo la sua presenza dentro di me ero certa che avessi qualcosa, ma sentirmi dire che lui c’era e io non lo sentivo, beh, era disarmante.
Chiamammo il medico a Bologna e lui fu molto felice dell’esito spiegandoci anche che il farmaco monoclonale funziona come un farmaco omeopatico, lentamente, ma sosteneva che avevamo ottenuto un ottimo risultato e noi ci fidammo.
Nel frattempo ripresi a lavorare nel week end presso una parrucchiera, che gran brutta esperienza fu, ma almeno mi impegnavo due giorni a settimana e ne ero molto felice. Ripresi anche con le uscite e i nuovi amici che piano piano mi stavo facendo. Mi sentivo una leonessa. Non ricordavo neanche più che stavo facendo delle cure in Ematologia e perché le stessi facendo. Avere la mente libera aiuta a vivere davvero una vita serena. Io ancora oggi vivo così e non permetto a nessuno di cambiare la mia tranquillità e chi mi dice che sono poco attenta a ciò che mi succede attorno dico solo “ la vita è una e me ne frego “. Non riuscirei più a vivere di schemi, o di farmi sopraffare da situazioni che altri vedono negative ed io invece indifferenti. La vita è una ruota che gira, oggi va male, domani va bene. Questo è vivere.
Ci sono davvero cose gravi nella vita su cui mettere tante forze, perché sprecarle in situazioni di poco conto? Io le forze le conservo, ho imparato a farlo.

Un pensiero su “Non ti sento più.Capitolo 21

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