Ho trascorso gli ultimi giorni a ricordare cosa fosse successo dopo ma con l’aiuto dei referti sono riuscita a ricordare con più lucidità i fatti.

Tornammo a Piacenza felici e contente della bellissima risposta del dottore che andammo dirette in ospedale. Raccontammo parola per parola alla dottoressa, con ancora le lacrime agli occhi. Ora c’era un’ultima cosa da fare: concludere il mese di chemio e aspettare un ulteriore mese per eseguire TAC e PET.

Feci l’ultima terapia, fu stremante. Probabilmente la era perché sapevo già di dover iniziare qualcosa di nuovo una volta concluso il calvario chemioterapico. E’ stato come affrontare l’ultimo mese di scuola, dopo 8 lunghi mesi aspettando l’estate, ma l’estate non arrivava mai. Sembrava che gli 8 mesi non fossero stati così lunghi come l’ultimo mese prima di partire in ferie, assurdo. In ogni caso trascorse comunque, ma lo passai per lo più a casa, con il sorriso, ma con poche forze fisiche. Mi impegnavo a mangiare e bere molta acqua per smaltire quante più tossine possibili e ci riuscivo, la diuresi fu stimolata eccome.

Mese trascorso. Analisi e visita per decidere quando fare il quadro della situazione, ma c’era un MA. C’è quasi sempre un ma. L’America diede l’ ok, ma sarei dovuta andare a Bologna per esser seguita dal medico della sperimentazione.

Secondo voi, io andai a Bologna avanti e indietro per terapia e analisi? Farmi due ore ogni settimana? Il problema l’avevo capito. Il farmaco venne dato a Bologna per condurre una sperimentazione da un medico in particolare, il quale sapeva perfettamente le dosi, le tempistiche ed il metodo somministrativo, avrebbe dovuto registrare i miei valori e gli effetti collaterali, io capii tutto.

Ma mi rifiutai.

Quanto ero testarda e bacata. Mi rifiutai davvero. Dopo tanto sacrificio io dissi ” Piacenza o niente ” . I medici erano in panico, cercarono di sminuire e non considerare ciò che avessi appena detto, mia madre la prese a ridere, pensava scherzassi forse. Non mi andava, considerando gli anni passati con valori al limite, poche forze e desiderio di casa mia, di fare così tanta strada per più di un anno. In più non avevo fiducia in nessun’altro se non della mia Dottoressa, credo fosse questo il mio principale problema. Nel frattempo feci le analisi e gli esiti furono abbastanza buoni: la massa era diminuita in alcuni punti ed altre lesioni in sede mediastinica avevano cessato di avanzare.

Tutti felici chiamarono Bologna per avere un confronto, i quali fissarono una data per fare le analisi del sangue e conoscerci meglio, spiegandoci più dettagliatamente come avrebbero intervenuto sul mio amico “linfo”. C’era un problema, io non andai. Nessuno mi aveva preso in considerazione prima di quel momento, ma io volevo che il farmaco fosse sperimentato a Piacenza, sotto visione della mia dottoressa, se così non fosse stato, io sarei ritornata all’idea di cronicizzare il tumore.

Non sono d’esempio a nessuno, me ne ne rendo conto, ma questa è la mia storia e soprattutto è stato il mio modo di affrontare di petto una situazione più grande di me; sarò giudicata perché si potrebbe pensare che io non avessi voglia di vivere, forse era così, e se invece io non avessi voluto accettare altri compromessi? Se invece avessi creduto di aver esaurito le ultime forze prima di crollare fisicamente e psicologicamente? O se semplicemente avessi avuto paura?

Si, avevo paura. Avevo paura di proseguire, ma se dovevo farlo lo avrei voluto fare a pochi minuti da casa, perché tornare a casa poco dopo quegli odori di terapia e disinfettanti mi dava un senso di libertà. Dopo l’ospedale, tornare a casa e rivedere la mia sorellina e ricevere i suoi abbracci calorosi, mi faceva scordare di avere una parrucca in testa o di avere un corpo estraneo dentro di me. Giocare con lei mi faceva scordare di aver dei conti da fare nella vita di tutti i giorni.

Benché Bologna fosse distante poche ore da casa, io volevo che facessero tutto velocemente e poi via, di corsa a casa a fingere che tutto andasse bene. Dovevo dosare le forze, ma non le avrei messe per fare qualcosa che non volevo, e poi per cosa? Per una stupida presenza dentro di me che si cibava ogni giorno per due anni, ed era sempre lì, a fare resistenza dentro di me, capite? Dentro di me!

Cosa succede quando una cellula decide di moltiplicarsi e proliferare all’infinito, impazzire e ammalarsi? Ironicamente sarebbe così: la cellula nasce dentro un corpo sano, porta pace in ogni angolo del corpo, si rigenera e ha anche una memoria, proprio come noi, poi ad un certo punto decide di moltiplicarsi e proliferare, e qui crea uno scambio d’identità, decide di ammalarsi e attaccare le altre cellule, quelle sane, convincendole di seguirle in questo percorso transitorio. Si convincono a vicenda che cambiare identità è la cosa più bella che sia accaduta nella loro vita, ed ecco che fanno comunella, bandiera alta e via, “distruggiamo questo corpo”!

Questa è la storia che mi sono sempre raccontata e ho raccontato al mio corpo nei momenti in cui non ne potevo più di sentirlo dentro di me. Coricata supina a raccontargli questa bella storiella, ed oggi, mi piace anche ricordarla.

7 pensieri su “Percorso transitorio. Capitolo 20

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