Due lunghe settimane trascorse a pensare cos’avrebbe potuto dire il medico. Anche perché con la mia nuova e amata positività le mie idee erano radicalmente cambiate, il desiderio di vivere era davvero tanto e l’unico pensiero era di poter rientrare nei parametri della sperimentazione, ma ero estremamente immersa dai miei impegni, che l’appuntamento rimase solo uno dei tanti nell’agenda ospedaliera, impegni ormai poco costanti considerando che l’ultima terapia era conclusa e attendevamo solo di sapere cosa ne sarebbe stato di me. Una cosa era chiaramente certa, non avrei fatto il trapianto e non volevo neanche che mi riproponessero questa stupida ipotesi, ci doveva pur essere un altro modo per scrivere la parola FINE a questa lunga tortura.

Bologna fu! Quell’ospedale mi incantò, un vialone infinito di fiori colorati e grandi alberi che chiudevano le mura ospedaliere dalla grande città che lo circonda. Che meraviglia. Pensavo come sarebbe stato bello aver potuto far le cure in un ospedale così gioioso, e non cupo come quello di Piacenza. Quando ero nel bunker, mi rifiutavo di guardare dalla finestra. Avevo di fronte l’ingresso del pronto soccorso circondato da una fitta nebbia, in stile ” Silent Hill “. Ho apprezzato molto l’idea dell’ospedale di Bologna. Non ricordo quanti padiglioni ci fossero, ma se al mondo esistono ventimila specializzazioni, lì c’erano tutte. Era un mondo dentro la città e la meraviglia di quel luogo è che l’unica domanda che uno può farsi è “ma dov’è la città?”. Avrei pagato per tornare indietro nel tempo e trasferirmi lì. Non si può immaginare cosa voglia significare per un malato poter avere attorno tutto quel verde, aprire gli occhi e vedere solo alberi e fiori, anche con i colori che l’autunno offre.

Entrammo nel reparto d’ematologia e pagammo il ticket. Dieci minuti di attesa ed eccolo sulla soglia del suo ambulatorio. Uomo non tanto alto, magro, brizzolato, sulla cinquantina e non molto empatico. Ci chiese un riassunto, scritto preferibilmente ( mia madre pensò di far fare anche quello ). Placò il silenzio per quei cinque minuti di lettura intensa che fece. Sentivo il mio cuore battere in gola. Lì iniziai ad avere la ” consapevolezza step 3 “.

E se non rientravo nei parametri della cura? E se avessi fatto troppe terapie per poter entrare nella sperimentazione? E se mi avesse detto di fare il trapianto?

E se invece non ci fosse stato più niente da fare?

2 pensieri su “Consapevolezza step 3. Capitolo 18

  1. Ho letto stamani per la prima volta ciò che hai scritto ed ho apprezzato con molto interesse ciò che racconti della tua giovane vita che ti auguro sempre più lunga, interessante e felice in tutte le dimensioni.
    Ritornerò a leggere ancora ciò che scrivi e, ringraziandoti per essere passata da me, per oggi mi limito a darti il mio “BENVENUTA TRA GLI AMICI DEL DEL MIO BLOG”.
    CIAO.
    OSV. (83ENNE)

    Mi piace

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