La situazione era la seguente: mia sorellina aveva 3 anni, iniziava la scuola materna timida come solo lei lo era. A casa una chiaccherona e a scuola non riusciva ad interfacciarsi con i bambini della sua età. Mia sorella R. in Sardegna, che studiava e lavoricchiava per quel poco che la mia terra offriva. Mia madre a casa in congedo e pareva lavorasse più in quel momento rispetto a prima. Dimagrita con poco tempo a disposizione e poca voglia di dedicarsi a se stessa, ormai la sua vita girava attorno a me, ai miei umori e ai continui effetti collaterali che le cure provocano. Tutti avevano una posizione nella vita, perché per loro la vita degli altri andava avanti, serenamente o meno, ma andava avanti. E la mia? Ed io? Che ruolo avevo nella mia vita? Lo scopo al risveglio? Perché dovevo riaprire gli occhi ogni santa mattina e ripetere tutte le mie giornate sempre allo stesso modo?

Entrai in depressione, ma non lo dissi a mia madre. Era sempre tutto ok, alla sua domanda ” come stai?”. Non dormivo più la notte e mi svegliavo molto tardi al mattino, facevo colazione e saltavo il pranzo, ormai sazia dal latte e biscotti bevuto intorno alle 13. Mi mettevo sul divano e le ore al pomeriggio non passavano più. Arrivava la sera come se fossero passate giornate intere prima che vedessi finalmente il buio, ma anche il buio era infinito e dopo film, letture, social e gocce tranquillanti, alle 5 del mattino riuscivo finalmente a chiudere gli occhi, stremata. La verità è che ero stremata mentalmente, non ne potevo più di vivere giornate infinite senza un obiettivo reale.

Mi scrissi alle scuole serali, ragioneria. Aspettavo le 18 con impazienza tutti i giorni, ma come si fanno a frequentare le serali se la notte non si chiude occhio, ci si sveglia alle 13 e si è troppo stanchi per aprire un libro e studiare? Smisi.

Mi resi conto di essermi allontanata dagli amici, dalla Sardegna, da me stessa. Melania non aveva più il controllo della sua mente, due entità completamente diverse, due identità differenti. Tachicardia, apatia e insonnie portavano brutti pensieri nel mio cervello, e quando finalmente iniziai ad ascoltare quei pensieri, realizzai che ero ad un passo dal suicidio. Il mio cervello elaborava immagini di pericolo e di morte continuamente, e scrollare la testa non mi aiutava ad allontanarli.

Fui consapevole del fatto che il mio cervello stava cercando di farmi uscire fuori di testa, ricordo di aver trovato un barlume di lucidità quando capii per un istante cosa mi stesse succedendo. Pochi secondi di controllo della mia mente.

Trovai la forza e chiamai la psicologa dell’associazione del reparto di onco-ematologia. Ero intimorita: che cosa avrei dovuto dirle? Cosa avrei dovuto fare una volta entrata nella stanza? Cosa avrei raccontato?

Era una tipa strana, mi ricordava un personaggio dei fumetti, per il modo di parlare e per il suo gusto in abiti. Capelli neri, crespi e corti sopra le orecchie, una pelle un po’ rovinata dagli ormoni adolescenziali e una voce quasi impercettibile. In realtà non fu il nostro primo incontro quello, perché la incontrai quando, ricoverata in ospedale, le psicologhe delle associazioni facevano i giri delle stanze dei ricoverati. Entrò con il suo modo di fare gentile e pacato, mi chiese come stavo ( fu qui che la odiai ) e se volevo disegnare, e si sedette nella sedia affianco al mio letto.

La mandai via dicendole che non ero interessata alla sue stupide proposte e non accettavo che mi potesse domandare come stavo.

Lezione di vita: se sfrutti male una situazione e la mandi via, capiterà che sarai tu ad aver bisogno di lei.

 

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