Forse la mia paura più grande era quella di subire un operazione, magari anche dolorosa ma non so di cosa avessi davvero paura, ma ricordo di essermi messa in malattia dal lavoro ( sto lavoro! ).

Dopo lo sfogo avuto, e le risposte vaghe di mia madrina, ritornai a Piacenza, e non potrò mai scordare il viso sciupato di mia madre, dopo una settimana  che non la vedevo, sembrava non dormisse da tempo. Mi abbracciò tanto forte e mi disse ” qualsiasi cosa sarà, la supereremo insieme”. Esagerata come suo solito, pensavo. Certo che supereremo tutto, insieme.

Il mattino dopo, 7.30,  avevamo appuntamento in un reparto con nome a me sconosciuto: ematologia. Da ignorante, cercavo di trovare il significato a questa lunga e strana parola. Volevo chiedere il significato a mia madre, ma probabilmente mi avrebbe detto ” prova a cercarlo su internet”. Si! Perché dovete sapere che mia madre, da buona insegnante che è, ha la buona abitudine di non dire i significati delle parole, perché suppone che la ricerca sul dizionario rimanga più impressa nella memoria, e non ha tutti i torti, per me almeno. Se non leggo non sono capace di memorizzare un dialogo più di 20 minuti!

Comunque, la scaletta fu questa: ore 8 analisi, ore 8,15 colazione al bar ( due croissant erano d’obbligo per la fame “chimica” che avevo) ,sigaretta ( d’obbligo anche se non respiravo più dall’asma che avevo ) , e alle 9 mi aspettava la dottoressa B.: donna alta, magra, capelli color castano e una voce che coccola l’anima. Mi disse che dopo le analisi avrei passato la mattinata a fare lastre, tac, ecografia e esame della boom. Io dissi di si, scambiando un sorriso. Ero solo stanca, volevo dormire, non ragionavo e non volevo che mi facessero ragionare a dire il vero, avrei dovuto sprecare troppe energie e troppi zuccheri che non sarebbero arrivati nel cervello, e questo mi rendeva irascibile.

Ora ricordo quanto fossi facilmente iraconda. Avevo scatti d’ira per tutto. Dal latte che al mattino non c’era, alla maglietta non lavata, all’insalata che non era quella che volevo. Che vergogna! Ora che ci penso non mi riconosco neanche.

Via di corsa in un altro reparto a fare la lastra al torace. Lunghe attese coricata, con la testa sulle gambe di mia madre, nelle panchine delle sale d’aspetto. Mi svegliava lei con toni lievi e con dolcezza (dolcezza forse perché aveva paura che urlassi nei corridoi, non sono sicura però ) ed io ancora addormentata mi alzavo e facevo tutto ciò che mi dicevano di fare, finivo, e poi di nuovo su un’altra panchina sdraiata a chiudere gli occhi. Ero davvero stanca. Era come se l’ossigeno non arrivasse al cervello ma di punto in bianco mi svegliai per davvero quando vidi un  mini trapano bucarmi il midollo osseo, ricordo di aver sentito un ”trac” nella zona del bacino, ovviamente sotto anestesia.

 

Ho trovato il lato positivo in questo con il passare degli anni, perché ogni tanto mi torna il dolore in quel punto del bacino e ho scoperto che riesco a percepire quando il tempo sta cambiando, soprattutto dal caldo al freddo molto umido. Io so riconoscere le previsioni del tempo dal mio bacino!  Mi fa ridere e sto ridendo anche ora che lo scrivo, però è davvero così. Ho un “corpo-meteo” precissimo.

Parlando di me, mi piace trovare sempre il lato positivo, anziché lamentarmi di avere un dolore forte ad ogni cambio clima, ho un dono, no? Odio, ed io non odio mai nessuno, le persone che si lamentano, che non riescono mai a trovare  il lato positivo nelle cose, ma perché complicarsi l’esistenza? Tanto bisogna vivere comunque, io preferisco vivere con la testa leggera che con rughe sulla fronte. Io dico sempre, e mio marito per questo un po’ mi prende in giro e un po’ gli da fastidio, l’importante è esser sani. Ed è vero, pensateci!

A me hanno rubato del tempo prezioso. Devo recuperare una vita intera sulla base di tre anni e mezzo persi in quella meravigliosa età goduta bene\male\peggio.

To be continued..

 

2 pensieri su “Datemi un po’ di ossigeno. Capitolo 2

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